giornata internazionale dell acqua

Proprio nel giorno in cui il mondo celebra la Giornata Mondiale dell'Acqua, va evitata ogni retorica. Perché mai come oggi, a livello globale e locale, niente riesce a rappresentare meglio del ciclo dell’acqua le emergenze del nostro tempo aggravate dagli effetti del cambiamento climatico in corso che già impattano su alcune aree della penisola e tenderanno a diventare più acuti in assenza di interventi e opere per poter gestire sempre più lunghi periodi di siccità e deficit pluviometrici con l’altra faccia della medaglia che sono alluvioni sempre più a carattere “esplosivo”,  la salinizzazione con l’effetto cuneo salino che sta colpendo gli acquiferi costieri con penetrazione di acqua marina che inquina le falde dolci, la desertificazione con circa il 20% del territorio nazionale a rischio inaridimento e in particolare nelle regioni meridionali con riduzione produttività agricola e perdita di biodiversità e l'aumento dei fattori di disturbo biotici (attacchi batterici, parassitari).

Ma i dati Onu sono terribili, e lo sono da sempre: circa 1 miliardo di persone al mondo non hanno accesso all'acqua potabile, più del doppio 2.4 miliardi soffrono l’assenza di strutture igienico-sanitarie adeguate, 1 bambino su 5 muore per sete o malattie legate all’acqua, 4.500 al giorno, più che per guerre o incidenti stradali, quasi il 40% della popolazione mondiale convive con problemi di scarsa disponibilità d’acqua che sono causa di oltre 50 conflitti nel mondo (37 armati) e magari di future guerre per il controllo delle riserve idriche nei punti più caldi della terra.

Tra il 25% della popolazione mondiale in "stress idrico", però, c’è anche l'Italia, e serve una reazione con una visione nuova, razionale e sostenibile della gestione delle nostre acque. 

Quanta acqua abbiamo? Quanta ne utilizziamo e ne sprechiamo? 

Partiamo dalla sorpresa, emersa dall’accurato lavoro scientifico e di valutazioni dei vari impatti del nostro “Osservatorio Permanente sulla risorsa idrica”, al quale partecipano amministrazioni pubbliche, enti scientifici con esperti e climatologi, consorzi di bonifica dell’Anbi, Protezione Civile, soggetti titolari di competenze, utilizzatori, concessionari, associazioni ambientaliste e dei consumatori. Disegna la mappa degli aspetti relativi all’idrologia (piogge, evaporazione, deflussi superficiali e sotterranei), agli utilizzi, allo stato di qualità bio-chimica e delle infrastrutture per rispondere alle emergenze climatiche. Rafforza e integra i nostri sistemi informativi e statistici per iniziare a definire il “bilancio idrico nazionale” composto dai bilanci di Distretto, con scenari di gestione sostenibile, di riduzione di sprechi e inquinamento.

Qual è la novità che ci carica di grandi responsabilità? Che non siamo solo il Belpaese d’o Sole ma anche dell’acqua, e come nessun altro in area Ue la gran parte del mondo. Abbiamo il record di piogge: ogni anno siamo beneficiati, in media, con 300 miliardi di metri cubi di acqua (Conferenza nazionale sulle acque 1971, aggiornamenti Istat Ispra Cnr) che garantiscono la dotazione-record di 5mila metri cubi per abitante all’anno, una enormità se paragonata ai consumi medi annui di una famiglia media di tre persone pari a circa 120 metri cubi. 

Per questo, siamo custodi del più ricco e complesso sistema idrologico del continente, e nessun altro europeo può vantare 7.494 corsi d’acqua, 347 laghi con 12.500 piccoli invasi regionali e 4000 specchi d’acqua alpini, e 1.053 falde sotterranee serbatoi di acqua purissima e buonissima. Basta dunque con l’immaginare l’Italia come un Paese con scarsa risorsa, paragonata a volte in maniera sbagliata e ingiusta ai più disperati Paesi africani.  

Oggi di questo bene preleviamo appena l’11,3% all’anno in media sul totale delle piogge, all’incirca 34,2 miliardi di metri cubi, meno rispetto al 13,2% del 1971, così distribuiti: 46,8% nell’agricoltura, 27,8% per usi civili, 17,8% per usi industriali, 4,7% per produrre energia, 2,9% per la zootecnia. E ne utilizziamo 26,6 miliardi, al loro interno distribuiti così: 51% agricoltura, 21% industria, 20% civile, 5% energia, 3% zootecnia. 

Ciò vuol dire che perdiamo per strada 7,6 miliardi di metri cubi di acqua, più o meno il 20%. E chi ne perde di più? Teoricamente, gli usi al rubinetto. Ma solo teoricamente. Qui va fatta una prima riflessione: si parla, si discute, si polemizza, ci si preoccupa e si presentano tante proposte di legge esclusivamente sul segmento di consumo civile, a volte con una buona dose di ipocrisia e tanta disinformazione, pigrizia nella ricerca dei dati e nello sguardo d’insieme. Ciò in parte dipende anche dalla circostanza che vede quelli della gestione idrica integrata gli unici dati certificati da una Autorità nazionale, l’Arera. I valori degli altri usi, ben più superiori per sprechi e perdite, non sono verificati né calcolati da nessuna autorità locale, regionale o nazionale, e sono sottostimati per inefficienza o mancanza di sistemi di misurazione, per convenienze trasversali, per le troppe falle del sistema concessorio. Su questo, la nostra area guidata dal dirigente Pietro Ciaravola sta improntando un lavoro specifico.

Sono comunque troppi gli sprechi nel settore civile. Come in agricoltura, anche se molti passi in avanti sono stati fatti per ottimizzare ed estendere le tecniche di risparmio nell’irrigazione, e nell’utilizzo industriale dove resta imbarazzante e ancora insuperabile il muro alla conoscenza e della capacità di riuso dell’acqua piovana e di depurazione a fronte di elevatissimi consumi di acqua di falda, la migliore, spesso buttata via per raffreddare i macchinari. Non c’è alcuna sorveglianza su questi volumi prelevati, e molte fonti e sorgenti pubbliche sono concesse a costi risibili, e senza polemiche o agitazione di referendum, per business privati come lo sfruttamento di acque minerali che sono un patrimonio pubblico ma vengono vendute come un qualsiasi altro prodotto sul mercato, come una “merce” secondo logiche di domanda e offerta, e di cui siamo terzi consumatori al mondo dopo Messico e Emirati Arabi pur avendo a disposizione tanta acqua e la migliore del mondo. La campagna che punta a eliminare le plastiche e a utilizzare borracce è meritoria.

 

Occuparsi di tutta l’acqua con un lavoro costante per le infrastrutture

Prima regola per tutti - politica, media, cittadini - è allora quella di occuparsi di tutta l’acqua con una “regolazione” complessiva di tutti i prelievi e gli usi. Non solo quelli civici, dunque, ma anche del restante 72,2%.

Occuparsene significa capire che l’acqua è simbolo, è natura, è emozione, ma dai tempi degli Assiri è anche ingegno e lavoro costanti. Non è solo una grande questione ambientale, ma richiama fortemente il tema delle opere che le sono funzionali, essendo la risorsa strettamente dipendente dalle infrastrutture che devono portarla al rubinetto o nell’irrigazione o ad altri usi. E’ un tema da serie A della politica  locale e nazionale, perché non dobbiamo continuiamo a scaricare i problemi di oggi sulle future generazioni, e perché troppe crisi idriche sono troppe crisi di infrastrutture idriche. 

L'Italia potrebbe evitarle, essere una penisola blu e non blu scura in alcune aree tendente al nero, se solo avessimo infrastrutture per immagazzinare più acqua, e gestirla in maniera sostenibile con riduzione di perdite, controlli e azioni per fronteggiare qualsiasi evento.

Dall’analisi del fabbisogno di immagazzinamento di acqua, realizzata dall’Anbi, si prevede la necessità di almeno altri 2000 piccoli e medi invasi con più funzioni (dall’idropotabile all’irriguo alla laminazione delle piene e all’antincendio), che rilascino acqua dove serve e quando c'è bisogno. La norma sugli invasi e gli acquedotti approvata con la legge di bilancio 2017, fortunatamente è una realtà di pianificazione a lunga scadenza che inizia a funzionare, con un fondo risorse importante gestito dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e da Arera su piani validati dalle Autorità di Distretto.

Purtroppo proprio noi, il Paese che ha inventato tremila anni fa gli acquedotti e le cloache, tremila anni dopo è in coda all’Europa per problemi infrastrutturali e di investimenti. Di acquedotti per un 15% di italiani, quasi tutti al Sud, ancora con problemi di quantità e qualità di acqua al rubinetto. Di reti fognarie e depuratori con la pessima gestione delle acque reflue che causa l’inquinamento di metà di corpi idrici superficiali, per un 30% di italiani con la maggioranza che vive in Sicilia, Calabria e Campania, ma anche 4 abitanti su 10 in Lombardia e Friuli.

La nostra rete idrica, soprattutto al Sud, resta da record di perdite, e sono le più alte della media in area Ue: la media nazionale è del 38,2% dei 385 litri per abitante immessi giornalmente nelle reti comunali di distribuzione per un consumo pro capite giornaliero più elevato d'Europa da 245 litri a testa. Detratte le perdite commerciali (contatori invecchiati, prelievi abusivi e bollette non riscosse tra il 10 e il 15%), gli sprechi sono sempre troppi. Ma da nord a sud, variano man mano che aumenta l’assenza di un lavoro industriale e costanze su impianti e manutenzioni: dal 26% del Nord al 41% del Centro al 100% in alcune aree del Sud dove si immettono 2 litri per averne 1. 

Le perdite sono in aumento costante, ma direttamente proporzionali agli investimenti. Su oltre 500mila km di tubazioni idriche italiane, almeno 200 mila km sono da rottamare, sostituire, riparare o rigenerare. In più, servirebbero posare 50.000 km di nuove reti (30.000 per l’acqua e 20.000 per le fognature). Il 60% della nostra rete civile risale infatti a oltre 30 anni fa, il 25% ha superato il limite di resistenza strutturale dei 70 anni, e sotto i centri storici resistono condotte risalenti anche ai tempi dell'Unità d'Italia.

Non c’è bacchetta magica. E’ un lavoro titanico, e costoso, e il tasso nazionale di rinnovo è bassissimo: 3,8 metri di condotte per ogni km, calcola Utilitalia, quasi tutte al centro-nord grazie alla presenza di aziende e di multiutility quotate in borsa (Acea, A2a, Hera, Iren) che presentano performance industriali e tecnologiche tra le migliori d’Europa. Su scala nazionale, calcola sempre Ulilitalia, con questo ritmo, occorrerebbero 250 anni per raggiungere perdite accettabili come in gran parte d’Europa, diciamo sotto il 10%.

 

Troppe acque nere

La panoramica sui sistemi di fognatura, collettamento e depurazione evidenzia il ritardo italiano con livelli vergognosi di scarichi fognari e industriali nei corpi idrici. A 15 anni dal termine ultimo del 2005 per la messa a norma dei sistemi fognari e depurativi prevista dalla Direttiva Ue del '91/271, restano clamorose le nostre omissioni sugli obblighi assunti come Stato membro Sono 4 i procedimenti di infrazione per il mancato o non adeguato rispetto della Direttiva per il trattamento delle acque reflue urbane: le procedure 2004/2034 e 2009/2034 sono già giunte a condanna con sanzioni, e sono in corso i due procedimenti 2014/2059 e 2017/2181 che ne annunciano altre. 

Questo vuol dire qualcosa come 500 milioni all’anno di sanzioni accumulate da dover pagare fino al completamento di reti fognarie e depuratori, per 1.122 agglomerati comunali inadempienti con circa 2500 Comuni fuorilegge, il 70% al Sud, e la metà di questi in Sicilia. Solo due aree metropolitane italiane su 14 hanno scarichi urbani depurati al 100%: Firenze e Torino. E’ un rimosso nazionale. Facciamo figuracce, ma regaliamo soldi, e ne regaleremo tanti all’Europa per multe salate fino a quando non la smetteremo di operare con licenza di inquinare fiumi, laghi, mare, campagne.

Ma la mancata depurazione nelle regioni meridionali non è un problema di risorse che mancano. Varie Delibere del Cipe hanno finanziato a fondo perduto reti fognarie e depuratori per diversi miliardi (2.416 miliardi di euro solo nelle Delibere Cipe 62/2011 per 695 milioni, 87/2012 per 121 milioni e 60/2012 per 1,6 miliardi). Un bel pacco regalo, visto che al centro-nord queste opere si costruiscono con le tariffe. Ma sono rimasti in gran parte sulla carta per mancanza di governance pubbliche e di aziende con capacità tecnica e organizzativa adeguata, e nonostante il lavoro, tra mille difficoltà, del Commissario nominato dal governo due anni fa.

 

La riforma della Legge Galli 

La Legge Galli del 1994 ha fatto il suo tempo. Ha fatto crescere i volumi degli investimenti nel centro-nord, chiudendo emergenze croniche e storiche, ma se lascia 10 milioni di italiani con problemi di acquedotti e circa 20 milioni di fogne o depuratori e zone come se fossero in via di sviluppo, se dopo 26 anni sconta una troppo lunga fase di non applicazione ancora in 5 Regioni (Sicilia, Calabria, Campania, parte del Lazio e Molise), se la leva tariffaria è un tabù, se abbiamo servizi al centro-nord con standard europei e in tanta parte del meridione i più vergognosi, vuol dire che è ora di cambiare.

Quel che io penso è che non regge più la tariffa-spezzatino inizialmente con 92 bollette diverse di 92 Autorità di Ambito locali (ma un terzo, pur previsti dalla legge Galli non risultano ancora costituiti, dopo 26 anni) e oggi scesa a 63 bollette una diversa dall’altra. La media che paghiamo è intorno a 180 euro l'anno, tre o quattro volte più bassa della media europea, persino più bassa della Grecia.

La tendenza generale consolidata è però a non aumentare la tariffa, inutile farsi illusioni. E l'impresa di tappare falle di questa portata è impossibile di fronte al disimpegno dello Stato. Il fabbisogno di investimenti - i più utili, i più green e i più anticiclici e costanti - è stimato da Utilitalia al gettito di almeno 5 miliardi all'anno. Tradotto, significa portare gli attuali 35 euro investiti ad abitante-anno (meno di 10 euro nelle circa duemila gestioni comunali, cioè zero) almeno a 80 euro (nei Paesi Bassi ne investono 129, nel Regno Unito 102, in Francia e Germania 88...).

Per questo, il Parlamento dovrebbe aprire una discussione seria sulla tariffa unica nazionale sul modello dell’energia elettrica, regolata e definita dall’Arera e dalle Autorità comunali-regionali. Arera può stabilire, nell’ambito del metodo tariffario, le componenti di costo riconoscibili, i vincoli e i ricavi e i meccanismi perequativi dei vari gestori, e predisporre l’articolazione tariffaria nazionale che tutti i gestori sono tenuti ad applicare, con agevolazioni per fasce di italiani in difficoltà. Ma la quota di investimenti per la depurazione andrebbe scorporata se non del tutto ma quasi dalla tariffa, facendola ritornare in capo alla fiscalità generale. Torni a farsene carico lo Stato per una quota di 1,5-2 miliardi all’anno come obbligo sia per ridurre l'effetto sanzioni sia per tutelare ambiente e acque da inquinamenti.

In conclusione, serve una discussione serena e seria, abbandonando le due tipologie di approccio che ci hanno portato allo status quo. Da un lato lo schema demagogico delle curve sud, ognuna delle quali sventola la sua bandierina ideologica: privatizzazione o ri-pubblicizzazione, chiudendo gli occhi su ritardi e carenze strutturali. Dall’altro lato, cavalcare il tema dell'acqua confondendola con tubi, scambiando il sistema tutto pubblico di formazione delle tariffe, controlli e gestione con logiche di privati approfittatori del bene comune, e gli investimenti come bieco profitto. Insomma, basta immaginare nemici là dove non ci sono. E guardiamo piuttosto a cosa stiamo lasciando in eredità ai nostri figli e nipoti.

 

di Erasmo D'Angelis
 

Data di ultima modifica: 22/03/2020
Data di pubblicazione: 20/03/2020